La donna come spirito guardiano: è giá presente in scena e sta sempre lá, in mezzo e in fondo.
L’avevamo lasciata rossa in un bianco e nero, la ritroviamo in un’ esplosione di colore, in una luce giallo ocra che ricorda i tramonti di tarda estate, quando inizia la tregua dal calore urbano.
Il suo occhio vigile sui bambini che si muovono sul palco, la sua liquida figura che permette allo sguardo di attraversarla, ma non senza che lei doni il suo colore.
Il profilo della cittá che si confonde con le ombre dei suoi cittadini: i dettagli mancano nella speranza di creare un’ armoniosa uguaglianza.
La donna che si confonde con il mare, come in un sogno.
E forse si tratta di ritrovare il lungo crepuscolo e di lasciare scendere lentamente la notte: le ombre che si allungano, le finestre che si illuminano e i sogni che iniziano a bussare alla porta.
Le chiacchiere dei vicini che attraversano le pareti, melodia confusa e non riconoscibile e non riconducibile, ma pur sempre melodiosa.
E lí si annidia la nostalgia di un oriente che si nutre di ricordi. In grembo all’occidente che si prepara per andare a dormire fin troppo presto.
Anna

